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2024-09-07

Prova su strada del browser Arc

Il browser Arc sta uscendo da prodotto di nicchia e se ne sente parlare un po' di più. Circa 8 o 9 mesi fa, lo avevo scaricato, per vedere se poteva essere un sostituto per Edge (Chrome di Google non esiste più sul mio Mac); l'avevo disinstallato il giorno dopo: troppo diverso, poche spiegazioni, per poi ottenere la stessa cosa: navigare. Ma ora l'idea è di provarlo un po' più a fondo (sto scrivendo da Arc) ed il processo è tutto in diretta 😀

Il confronto sarà ovviamente rispetto a Safari (default su MacOS) e Microsoft Edge (basato sul motore di Chrome, ma un po' meno pesante dell'elefante di Google). Anticipo anche che sono molto pignolo sull'interfaccia grafica dei software e qui non faccio eccezione.

Inizio e avvio

L'app non è presente sullo Store, come per altri browser (ma è stata notarized da Apple, per cui è sicura), per cui occorre andare sul sito per scaricarla; l'installazione è al solito un drag&drop.

La partenza (fatta con Mac appena svegliato dallo sleep) è piuttosto lunghetta (i nuovi processori ARM ci hanno abituati male): 7-9 secondi, un'eternità, ma anche gli altri due non fanno tanto meglio: per Edge è la stessa cosa, Safari un paio di secondi in meno. Poco importante: con la gestione della memoria di MacOS, possiamo lasciare aperti i software usati spesso.

Non si presenta bene: il colore scelto di default è una sorta di verde/giallo che ricorda l'acqua di una palude... per fortuna si può cambiare (right-click sulla barra a sinistra, Edit Theme Color).

Noto che una parte dell'interfaccia compare in italiano, mentre tutti i menu sono in inglese: non è un problema, ma per coerenza preferirei una sola lingua, fosse anche solo l'inglese.

La primissima cosa da fare, per me obbligatoria (perché non è di default?): dal menu View far comparire la Toolbar  e poi dalle preferenze far comparire la barra degli indirizzi: odio non avere un feedback di dove mi trovo! Poi, andare nelle preferenze Advanced e attivare Show full URL. Gli sviluppatori non devono considerare gran che questa opzione, avendola messa nelle Advanced...

Supporta le gesture standard di Safari, cosa che purtroppo Edge non fa: swipe a destra si torna indietro, a sinistra si va avanti. Per chi come me usa la trackpad sono utilissime. Anche il comando di ricarica pagina è standard (cmd-R, ma non lo trovate in nessun menu).

Gestione preferiti: ...non ci sono

La differenza enorme, che potrebbe fermare visitatori non motivati (come è successo a me mesi fa) è che i preferiti/bookmarks/segnalibri, comunque li si chiami, non esistono: qui ci sono i pinned tabs (in italiano: schede appuntate). Ma gli sviluppatori sono convinti che non si debbano proprio usare o comunque averne pochini: per me che ne ho circa 250... suona l'allarme! Comunque è possibile importarli da un altro browser; l'ho fatto, per scoprire che vengono inesorabilmente piazzati in uno spazio sulla sinistra del browser, non è possibile spostarli, in particolare in alto, dove sono abituato a trovarli.

Qualcosa di simile hanno fatto Safari e Edge, ma su entrambi si possono riportare in alto: qui no. Ho visto qualche discussione sui forum: gli sviluppatori non sono interessati a fornire questa opzione. Andando avanti, si può capire la scelta, ma l'idea di non dare nemmeno la possibilità mi lascia perplesso. Se i preferiti hanno nomi lunghi, si è costretti ad allargare la sezione, con uno spreco di spazio notevole, mentre se fossero in alto si perderebbe non più di una riga. Per risolvere il problema, è possibile nascondere questa colonna di preferiti (icona in alto a sinistra), che può essere richiamata portando il mouse contro il bordo di sinistra (come fa Safari per preferiti, history e pagine di lettura). Ok, buona soluzione, ma chi come me aveva un bel clipboard manager (PastePal) che presenta la stessa funzionalità, ha dovuto spostarlo da un'altra parta: i tab devono restare a sinistra!

L'importazione dei preferiti (ops! Dei pinned tabs) procede normalmente, ma mi ha fatto scoprire una cosa orrenda: qui i radio button funzionano al contrario! O comunque, la grafica non è corretta. Nel mio mondo, l'opzione si considera selezionata quando il pallino è pieno. Infatti all'inizio davanti a questa interfaccia


mi sono detto "Mi fanno importare da due browser contemporaneamente?" Clicco su Edge per disabilitarlo:

Il sospetto viene, perché invece che nero il pallino è blu e l'icona di Safari sembra leggermente trasparente, ma andando avanti (scelta del profilo) scopro che in realtà ho selezionato Edge! Capisco che il pallino blu sia elegante... ma per favore, non usate un pallino pieno per indicare quello non selezionato! E poi: perché non usare i radio button standard del sistema operativo? magari non sono belli, ma li capiscono tutti! Però... nelle preferenze la grafica è quella standard (di Chrome: non bella ma logica), per cui attenzione... Devo dire per contro che dopo l'importazione dei preferiti non l'ho più visti.

Il processo fornisce la possibilità di importare anche i cookie: questo proprio no! Immagino l'utente medio ("click avanti-click avanti-click avanti" durante il processo) che si porta dentro al nuovo browser tutti i cookie del vecchio, compresi i tracciamenti, le pubblicità visitate... Utile poterlo fare, ma non di default! Per contro (positivo) mi fa scegliere quali cartelle di preferiti importare (ma solo sul primo livello): non so se sia utile, ma meglio avere la scelta.

I miei preferiti sono diventati pinned tab e me li trovo tutti a sinistra. Facciamo un po' di spazio, eliminando i tab di default (più che altro roba di Arc): seleziono la cartella, tasto destro, remove. Giustamente mi chiede se sono sicuro, ma lo fa con questo dialogo:


Mi pare di essere su una piattaforma di giochi, con bei colori e persino lo shortcut da tastiera (è dal 1984 che Esc serve per uscire dal dialogo e Invio per accettare); deve essere lo stesso designer dei radio button di prima. Questione di abitudine, ma questa grafica mi sembra troppo invasiva. Il successivo software userà uno sfondo giallo con scritte blu? Le Human interface guidelines dove sono finite?

Ma torniamo ai pinned tabs: dopo l'importazione e dopo aver aperto qualche cartella per trovare i miei preferiti, non trovo più i tab che avevo aperti in precedenza: dato che sono messi sotto a quelli pinned, bisogna sempre fare uno scroll più o meno lungo per arrivarci. Comunque, ora clicco su un preferito: questo si illumina (notiamo il bellissimo sfondo color palude...) mostrando un segno meno: se lo clicco, il tab si chiude, cioè non vedo più la pagina, ma il preferito (per fortuna) resta. La chiusura però avviene anche se clicco su un altro preferito: ecco perché l'hanno chiamati tab: è come se fossero sempre aperti.
Facciamo invece attenzione al fatto che, se passo col mouse su un pinned, (in figura ho cambiato lo sfondo 😄) anche non aperto, compare una X che, se cliccata archivia il tab, in parole povere lo cancella, lasciandolo solo nella history: questa non viene mai chiamata così nell'interfaccia, ma nelle preferenze sì! Se invece vogliamo cancellarlo del tutto (non ho capito se resta nella history anche in questo caso) allora right-click e remove pin. In cima alla lista dei pinned ci sono quelli chiamati preferiti (ma dai, allora ci sono...): sono in pratica la stessa cosa dei pinned, con l'unica differenza che sono disponibili in tutti gli spaces di un profilo. Come default vengono forniti YouTube ed il calendario di Google... per me abbastanza inutili, per cui l'ho sostituiti con l'indirizzo di una delle caselle di posta. C'è un numero massimo di preferiti, due per riga.

Tab, Spaces e Finestre

Abbiamo parlato di Spaces: sono liste che suddividono aree di lavoro: p.es. i link usati per lavoro da quelli di un hobby o ancora da quelli di informazione. Ogni space può avere un colore di sfondo diverso (ecco dove possiamo cambiarlo!). Anche chiamati in modo diverso, li ha introdotti anche Edge.Per me sono inutili: il confine tra lavoro ed altro è sempre molto sottile; tuttavia, se qualcuno è abituato ad aprire quantità infinite di tab, potrebbero essere utili. Al solito, meglio averli e non usarli che non averli del tutto.

Ma perché gli sviluppatori di Arc ce l'hanno a morte con i veri preferiti? Per evitarli, hanno introdotto una ricerca che fornisce come risultati sia quelli dalla rete che dai pinned: (lo fanno anche Safari e Edge, ma qui diventa importante) questi ultimi sono distinguibili solo dalla scritta Switch to Tab: se si clicca proprio lì, si apre il pinned scelto, ma nel tab originale. 
Perché dico questo? Supponete di voler aprire due preferiti e passare da uno all'altro per confrontare: posso da un lato dividere lo schermo in due (fino a 4, a quanto ho capito: ottima funzione, implementata anche da altri), ma se nel confronto ho bisogno di essere a tutta pagina, devo avere la possibilità di passare da uno all'altro con un click. Ma se i due pinned sono distanti come posizione, diventa una corsa ad ostacoli (ed ogni volta il precedente tab viene chiuso!). Se invece si fa due volte (o più) la procedura di nuovo tab tramite ricerca, quelli a cui ho switchato restano, per così dire, accesi e posso passare da uno all'altro: tutti quelli scelti sono vicini tra loro. Ma attenzione a non sbagliare: se per caso avete bisogno di aprire una cartella dei pinned, resta aperto solo l’ultimo, l’altro è andato e bisogna riaprirlo. Suppongo che gli sviluppatori non abbiano mai avuto una simile necessità; a me capita spesso e l'unico modo è di aprire un'altra finestra e passare da una all'altra con il solito swipe di MacOS.

Configurazioni

Dopo un periodo minimo di 12 ore (configurabile fino a 30 giorni) i tab aperti (ma non i pinned) sono archiviati: scompaiono dalla lista e finiscono nella history.
Ancora una cosa sulla navigazione: come detto, ho inserito come preferito (= disponibile in tutti gli spaces) la mia Gmail a cui è collegato questo blog. Usando la navigazione di Google (i 9 pallini in alto a destra) ho cliccato sull'icona del blog: questa è comparsa aprendo una Little Arc Window, una sorta di popup, che non compare tra i tab. Possiamo aprire una simile finestra tramite il comando da menu e passando dalla solita ricerca: per me l'unica differenza è che si tratta di una finestra pulita, senza tutti i tab e compagnia. Dovrebbe essere un modo veloce per consultare un sito, ma non capisco il motivo della sua esistenza. Forse un tentativo di semplificare l'accesso veloce, ma per me aumenta la confusione.

Per chi usa gli spaces, c'è la possibilità di aprire determinati link (da app o da domini definiti) in uno space apposta, definendo il percorso (route) nelle preferenze con l'Air Traffic Control (!). Esempio: tutti i link provenienti da gmail.com. Non male, se appunto si usano gli spaces.

L’app è fatta per funzionare a tutto schermo (nel senso MacOS): quando la si riduce a finestra si trova che lo spazio è un po' ristretto. C’è comunque la possibilità di aprire finestre aggiuntive, ciascuna con tutto al suo interno per una navigazione completa. La nuova finestra si apre con il profilo e lo spazio attuale, mentre si può anche aprire una Blank Window, completamente vuota. Non manca l’incognito window, dove non si dovrebbe tener traccia dei cookie. Poi c'è la Little Arc Window, di cui abbiamo già parlato (a fianco la ricerca che permette di aprirla).

Un capitolo a parte sono le preferenze: esempio di come non bisogna fare l'interfaccia.
Il problema è che ci sono le preferenze dell'app (che si aprono come al solito con Cmd-, o tramite il menu), in una finestra apposita, ma anche le preferenze di Chromium, alle quali si arriva dopo qualche click. Queste si aprono a tutto schermo nel browser, ma restano in secondo piano: per leggerle bisogna chiudere la finestra delle preferenze dell'app! Così facendo non si riesce più a tornare indietro per aprire un'altra scheda delle preferenze, se non riaprendole!

Nello screenshot qui sopra vediamo la finestra delle preferenze dove ho appena cliccato una "i", che ha aperto una pagina sotto la finestra! Per leggerla, l'unico modo è chiudere le preferenze. L'app è in inglese, quindi anche la finestra preferenze; ma quando si va sulla parte gestita da Chromium, le scritte sono in italiano.

Qui sopra vediamo una pagina tipica di Chrome, che si raggiunge solo cliccando in alcuni punti della finestra delle preferenze.
Una nota sulle definizioni: c’è la possibilità di bloccare i cookie di terze parti, cosa che faccio sempre. Qui nelle preferenze c’è scritto che i cookie terzi sono usati per mantenere l’accesso, gli articoli nel carrello, ecc… Ma allora sto bloccando i cookie di proprietà del sito? Se questo è vero, non è possibile bloccare i cookie veramente terzi? Da approfondire: forse la traduzione non è fatta bene, perché sia Chrome che Edge hanno una suddivisione più corretta.
Nota: non è possibile non pre-caricare alcunché: le sue scelte sono “precaricamento esteso” e “standard” (“alcune delle pagine sono prevaricate”). Non mi piace, ho sempre disabilitato il pre-caricamento (nessuno può sapere dove farò il prossimo click!).

Funzioni e considerazioni aggiuntive


Quelle nuove sono due, interessanti per l'idea: la prima è chiamata Boost: permette di modificare una pagina nei suoi colori, intonazione, luminosità e caratteri, in modo definitivo, nel senso che le modifiche, fatte tramite un piccolo popup, vengono registrate ed applicate ogni volta che si accede al sito. C'è anche la possibilità di inserire codice CSS e Javascript. Inoltre si possono anche far sparire (zap) elementi della pagina, per esempio pubblicità (basta che non cambino URL). Interessante, appunto; non so quanto utile ma certamente una fonte di grande perdita di tempo!

L'altra funzione è la possibilità di usare una lavagna digitale (qui chiamata Easel), su cui si possono incollare link, pagine, figure geometriche e tratti a mano libera (col solo mouse è difficile). Si possono condividere tramite link: gli utenti che hanno il link (ovviamente che usano Arc) possono editare a loro volta:

In pratica è una sostituzione dei documenti Jam di Google, ora dismessi.

Come ormai tutti i browser, ci sono gli strumenti per sviluppatori; si possono aprire come al solito (Cmd-I) oppure con una versione arricchita: ctrl-D, da dove è possibile copiare link, fare screenshot della pagina, aprire la console, esaminare il codice (le solite cose da sviluppatori). 

È stato fatto un buon lavoro sull'occupazione RAM: pur essendo un browser e quindi un divoratore di memoria, al momento, dopo tre giorni di uso, l'occupazione totale è di 1,6 GB. Cifre grosse, ma Edge non è da meno. Solo Safari, con gli stessi tab, sta poco al di sotto, ma potrebbe essere un caso. E qui ci sono funzionalità aggiuntive.

C'è poi una parte di intelligenza artificiale (ovvio, oggi non se ne può fare a meno...) qui chiamata Max: non ho trovato che fornisca qualcosa da avere assolutamente: organizzazione dei tab aperti (così poi non li ritrovo...), nomi "parlanti" di tab e download per poterli individuare (decido io come chiamarli), uso del proprio account di ChatGPT dalla ricerca, apertura automatica del primo risultato di ricerca (che fatica fare un click sulla prima posizione...), preview di un link... Alcune cose sono già disponibili in altri browser, alcune non sono da AI. Inoltre nell'help è scritto che "al momento non ci sono piani di pagamento per l'uso di Max", ma in seguito chissà...

Sicurezza e privacy


Non posso dire molto: si tratta del motore di Chrome e di Edge e la loro sicurezza si basa più che altro su chi ci costruisce attorno (oltre ovviamente all'utente!): da poco Google ha fatto sapere che bloccherà i cookie di terze parti come configurazione di default. Però non bisogna dimenticare che il modello di business di Google è soprattutto la gestione dei dati, per cui non mi viene istintivo fidarmi ciecamente di Google.
Mi fido di più di Edge (Microsoft ha lo scopo di vendere il suo sistema operativo Windows, quindi in teoria dovrebbe renderlo più sicuro possibile - i risultati con il suo Defender si cominciano a vedere) o di Safari (stesso motivo per Apple, che oltre tutto sta facendo della sicurezza il suo cavallo di battaglia).
Non conosco invece il business model di questa Browser Company: nella sua safety policy afferma di non tenere dati, di non spiarci e di non vendere i nostri comportamenti; bisognerebbe sapere chi la sta finanziando (il browser è gratis). Il fatto di aver letto tra le righe che in futuro l'uso dell'AI potrebbe essere monetizzato, per me è positivo: quando una cosa è gratis, il prodotto da vendere siamo noi (naturalmente Open Source esclusi). Per ora sono propenso ad essere ottimista: vedremo.

Riassunto finale


La necessità di avere un browser basato su Chromium ma meno elefentiaco di Chrome si sente: tanto che se devo usare quel motore ho installato Edge (orrore! Un software MS su Mac! 😀 Le guerre di religione sono finite!).
Indubbiamente si tratta di un browser che si differenzia dagli altri, soprattutto nel modo in cui richiede di essere usato. Ho usato questa espressione (richiede) perché l'utente deve abituarsi al modo di pensare dello sviluppatore. Di solito questo è negativo: è il software che deve adattarsi; qui l'idea dello sviluppatore è "impara questo metodo nuovo e ti troverai bene". Ricorda l'accusa che spesso viene fatta ad Apple: non dare la possibilità all'utente di scegliere certe cose, Apple sa cosa fa! Qui è lo stesso: viene detto di abbandonare l'idea dei bookmark/preferiti, lo sviluppatore ti insegna come devi lavorare.
La cosa mi pare un po' troppo spinta rispetto a quello che ha fatto Apple (o meglio, Xerox): quella prendeva la metafora di scrivania, documenti, cestino. Qui invece si va sul concetto che tramite una ricerca online si trova tutto e se proprio si pensa che sarà difficile ritrovare quel particolare sito, allora lo salviamo come pinned, ma deve succedere poche volte.
L'idea di provare meglio qualcosa di nuovo è come al solito entusiasmante: proverò ad usarlo un po' più intensamente e vedremo cosa ne penserò in seguito. Le funzionalità aggiuntive (Easel, Boost) anche se interessanti, non mi sembrano da sole motivo per cambiare direzione. Vediamo come si trasforma il mio flusso di lavoro (un browser Chromium mi serve comunque).

Dopo l'uscita sul Mac, è disponibile anche la versione Windows: potrebbe essere che in quel mondo, dove le finestre hanno ciascuna il proprio menu, questa filosofia venga meglio accettata. Ma c'è la grossa concorrenza di Edge, con lo stesso motore e ben integrato con l'AI di Bing, fatto tutto in casa propria. Senza dimenticare che anche Firefox sta ammodernandosi, ma restando abbastanza leggero.

Esiste anche la controparte iOS, che non si definisce browser, ma solo motore di ricerca. Ma di questa parleremo in seguito...

[EDIT]: all’inizio del 2025, the Browser Company ha annunciato l’apertura di un nuovo progetto di browser (chiamato DIA), centrato sull’intelligenza artificiale, puntando quindi su un browser con meno potenzialità, ma molto più semplice nell’uso. Nello stesso comunicato, ha fatto sapere che il browser Arc riceverà solo aggiornamenti di sicurezza e del motore chromium, di fatto decretandone la fine (anche se molti continuano ad usarlo per le sue potenti caratteristiche. A metà 2025, Atlassian ha acquistato The Browser Company: viene detto che questa continuerà ad operare normalmente, con il supporto dietro le quinte di Atlassian (quelli di Jira, per capirsi). Nessuna informazione aggiuntiva su Arc, che al momento continua ad essere aggiornato solo nel motore. Cosa succederà in seguito… non è dato di sapere.

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2024-07-19

Il blackout del 18/7/2024

Ormai l'hanno riportato tutti i mezzi di informazione: questa notte (per gli USA era ancora giovedì) moltissimi sistemi basati su Microsoft Azure sono andati in tilt, mostrando la famosa Blue Screen Of Death, chiamata così quando era molto diffusa, che poi sarebbe il corrispettivo nei sistemi Windows a "non so più cosa fare".

Ma prima di prendersela con Bill Gates (che tra l'altro non è nemmeno più in Microsoft), bisogna sapere che il responsabile è un software di sicurezza prodotto da Crowdstrike, tra l'altro azienda non nuova a questo tipo di problemi, anche se più circoscritti (il link è alla pagina di Wikipedia, dove ne vengono riportati alcuni).

Non voglio entrare nei possibili motivi a basso livello, che ovviamente non verremo mai a sapere, ma vorrei invece dire due parole come commento ad un'intervista riportata su un quotidiano nazionale ad un innovation manager di una ditta informatica italiana.

L'intervistato, alla domanda di come si possono evitare questi problemi, risponde dicendo che non bisogna rilasciare (cioè mettere sul mercato) una nuova versione del prodotto per tutti i clienti, ma lo si rilascia per un piccolo gruppo di clienti (a occhio direi i meno importanti...), poi ad un gruppo più grande, fino ad arrivare urbi et orbi.

Certo, oggi si fa così. Ma fatemi ritornare a qualche decennio fa, quando la necessità era fornire un servizio di qualità. Su una nuova versione, prima del rilascio, veniva effettuato un cosiddetto smoke test (corrispettivo meccanico di "vediamo se si rompe qualcosa"), poi si passava ai test del controllo di qualità (QA o QC, a seconda delle filosofie), tutti riportati in check-list da spuntare. Passaggio dagli sviluppatori per la correzione dei bugs; poi si riprende il ciclo di test e così via. Quando si smette? Quando il numero di nuovi bugs trovati è inferiore ad un numero (o percentuale delle linee di codice). A quel punto viene dato l'ok al mercato.

Non ho idea delle procedure di qualità in essere in Crowdstrike, ma essendo un fornitore di Microsoft sarà sicuramente certificata, cioè avrà un sistema di qualità approvato. Quindi questo bug così grande non doveva passare; qualcosa è stato saltato. Considerato che è stato rilasciato in tutto il mondo con così grande sicurezza, è probabile che andasse a correggere qualcosa di nascosto ma molto pericoloso. Mi immagino la riunione di rilascio:

  • (PM) allora, rilasciamo? Tutto a posto?
  • (QA) non sono sicuro, non abbiamo i risultati della sezione xx.y
  • (PM) su 30 sezioni ne manca una, allora rilasciamo
  • (QA) ma potrebbe essere importante, potrebbe bloccare il server...
  • (PM) esagerato, è mai successo? Cosa suggeriresti allora?
  • (QA) una settimana in più di test
  • (PM) assolutamente no, il cliente si aspetta il rilascio domani... e poi dobbiamo mettere a posto quello che sai...
  • (QA) ma questo sarebbe peggio...
  • (PM) se andasse male, ma sono sicuro che non sarà così
  • (QA) io questa responsabilità non me la prendo, è rischioso...
  • (PM) allora esci dalla stanza e vai dal CEO a dirgli che devi ritardare il rilascio: vedrai che risate che si farà! Lo sai quanto ci rimettiamo a non rilasciare domani?
  • (QA) ma se ho ragione, la cosa sarà brutta e tutti se la prenderanno con me
  • (PM) beh, alla fine sarebbe giusto: non sei stato nei tempi. Per un errore tuo non deve rimetterci tutta l'azienda
  • (QA) allora prenditela con lo sviluppo, che mi hanno dato il codice con 10 giorni di ritardo
  • (RD finora in silenzio) lasciatemi fuori, il mio l'ho fatto
  • (QA) se i tuoi facessero meno bachi, io lavorerei meglio e più velocemente
  • (PM mentre gli altri due litigano) ok, ora basta. Ho appena calcolato che se non rilasciamo questa notte dobbiamo pagare una multa di xxxx dollari. In più rischiamo che il baco della scorsa volta venga scoperto. Quindi si rilascia questa notte. Tu RD prepara la patch e mettila in distribuzione e tu QA mandami il rilascio su Slack. Facciamo fare qualche test anche a questi benedetti clienti. Bene, è bello lavorare con voi (esce dalla stanza canterellando sotto voce).
  • (QA) senti RD, fai stare in ufficio un paio dei tuoi: se succede qualcosa ci vuole qualcuno che sappia dove mettere le mani
  • (RD) tranquillo, se qualcosa non va, spediamo a tutti i clienti la procedura per disinstallare il nuovo e recuperare il vecchio
  • (QA) speriamo non succeda. In bocca al lupo.
  • (RD) amen (escono entrambi, nessuno dei due veramente convinto)
Le cose saranno state certamente diverse, ma il succo sarà stato proprio questo: abbiamo sforato i tempi, ma non dobbiamo rimetterci. Quindi facciamo fare i test ai clienti, costa di meno. Di solito.
Questa volta temo di no...

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2010-01-05

Class action

Siete tra quelli che hanno acquistato un normale pc e poi, senza nemmeno utilizzarlo, hanno formattato immediatamente l'hard disk, per installarvi sopra Linux in uno dei molti sapori in circolazione?
Bene, allora sappiate che potreste ottenere un rimborso per la licenza di Windows, qualunque essa sia, che non avete utilizzato.
Infatti, l'associazione consumatori ADUC sta preparando una cosiddetta class action per far ottenere il rimborso.
Qualcuno potrebbe obiettare di non aver pagato la licenza di Windows, ma non è così: infatti, la presenza del sistema operativo di Redmond è stata certamente valutata dal produttore dell'hardware e quindi in qualche modo pagata; in altre parole, avreste potuto pagare meno il computer se il produttore non ci avesse messo una copia di Windows.
Solitamente, questo viene considerato un plus: si acquista un computer con già il sistema installato, senza necessità di effettuare operazioni che per la media degli acquirenti non sono certo intuitive; però alcuni acquistano l'hardware per farci girare, p.es. Ubuntu, ottenibile gratuitamente dalla rete o su media ottico: per questi utenti non è un problema dover installare un altro sistema, ma per il loro portafoglio sì!
Ma quanto può incidere il costo del sistema operativo di Microsoft? Il listino ufficiale italiano indica 209€ per la Home Premium (la versione a minor costo), fino ad arrivare a 339€ per la Ultimate. Naturalmente questi sono i costi per l'utente finale; un produttore di pc avrà degli sconti, dovuti al maggior volume di vendite: da indicazioni trovate in rete (questa, per esempio) si può vedere che il prezzo si aggira attorno alla metà o poco meno, cioé 100€ per la Home, fino ai 175€ per la Ultimate. All'incirca, questo sarà il costo massimo che il produttore si accolla per dare Windows pre-installato e questo dovrebbe essere quanto i seguaci di Linux pagano per un sistema che non usano; ho detto "dovrebbe", poiché ogni azienda che si rispetti di solito effettua un ricarico sulle spese sostenute.
Comunque, nella migliore delle ipotesi, possiamo pensare di aver pagato circa la metà del valore della licenza; che non sono poi bruscolini, soprattutto se non viene usata. Non possiamo nemmeno pensare di rivendere la licenza, in quanto questa di solito è valida solo se abbinata al computer su cui è stata installata.
Il sito ADUC, in questa pagina, annuncia che sta organizzando una class action su questo argomento, basata anche sul fatto di aver già vinto una causa pilota, indetta nel 2005 e vinta nel 2007 (sul sito sono riportati tutti i documenti corrispondenti).
Vi comunque alcuni vincoli, dettati dalla legge italiana: si può accedere alla class action se si ha fatto l'acquisto come privato (senza utilizzare la partita IVA) e se, in questo caso, non si ha mai usato il software. Questo equivale in pratica o a formattare l'hard disk alla prima accensione (caso migliore) o a non accettare la licenza d'uso; questo vale anche nel caso in cui la licenza viene considerata accettata al momento dell'acquisto.
La class action partirà non appena i tribunali saranno in grado di accettarla (la legge fa riferimento a strutture che al momento non esistono); nel frattempo la ADUC sta chiedendo inviare informazioni: questo non equivale ad aderire, che potrà essere fatto solo quando l'azione sarà aperta. Nei link riportati, chi è interessato può trovare i dettagli.
Auspicabilmente, si dovrebbe arrivare ad una situazione in cui chi vuole acquisterà un pc con Windows, pagandolo meno di una licenza separta, ma coloro ai quali Windows non interessa potranno comprare l'hardware ad un costo inferiore.

Mi sono chiesto se questo sia il caso anche per i Mac della Apple, però mi pare che la situazione sia un poco diversa. Secondo me, chi acquista un Mac lo fa prima di tutto per utilizzarlo con il MacOS, anche se poi può decidere di farne girare altri, virtualizzandoli. Secondo, la licenza di MacOS è costata al massimo 130€ di listino (l'ultima versione è di 29€ a prezzo pieno); terzo: computer e sistema operativo sono prodotti dalla stessa ditta, per cui è pensabile che Apple non conti nel prezzo del Mac alcun costo di sistema. Inoltre, il motore di MacOS è Unix, il che rende quasi inutile l'installazione di Linux.

2009-05-28

Ancora batterie calde calde...

Non si ferma l'epidemia delle batterie per portatili: forse ricorderete qualche anno fa, quando Apple e Sony organizzarono un un ritiro dal mercato di una grossa partita di batterie Li-Ion per grossi problemi di incendio potenziale. Anzi, girò per la rete la foto di un MacBook praticamente distrutto dalla batteria di notte, <span style="font-style: italic;">mentre era spento</span>. Mentre qualcuno stava già sparlando di Apple, altri portatili cominciarono a diventare fornellini. Le batterie erano tutte Sony e vennero tutte ritirate: circa 10 milioni.
Nel novembre scorso, altri principi di incendio: Sony disse di aver trovato le cause: un difetto negli elettrodi ed un aggiornamento degli impianti di produzione, evidentemente non a posto. Per qualche motivo, questa volta i portatili Sony non erano dichiarati affetti, comunque ci fu un ritiro anche di alcuni di quelli.
Un mese fa, un'altra ripetizione: questa volta a dover ritirare batterie è stata HP (ma batterie sempre di Sony). Ora però ci risiamo: sempre HP, per portatili venduti in Cina.
Personalmente, ne venni a contatto durante la prima ondata: acquistata una batteria per il Powerbook G4, non feci a tempo a caricarla: visto il numero di serie, contattai via web la Apple, che spedì un corriere a ritirare la batteria difettosa, sostituendola con una nuova (che oggi va ancora benissimo). Potete immaginare con quali costi: il recupero fu di Apple, ma suppongo che i costi fossero sostenuti da Sony.
Che però evidentemente ancora oggi non è riuscita a capire le cause: praticamente tutte le marche di laptop in qualche modo sono state toccate. Non ci è dato sapere quanto sta costando a Sony: forse il resto della produzione, non difettosa, copre tutte le spese?
Tutti i possessore di portatili farebbero bene a tenere sott'occhio il sito web della marca scelta: non si si mai...

2009-05-25

Pronti a riavviare?

Qualunque sia il sistema che utilizziamo sul nostro personal, sia Mac OS, sia Windows, Linux o Unix non siamo mai molto contenti quando vediamo comparire il segnale, diverso a seconda del sistema, che ci avverte che sta per essere installato un aggiornamento; infatti, spesso l'aggiornamento vuol dire un riavvio, soprattutto se si tratta di sicurezza. Per gli utenti Mac o Linux, il riavvio sembra quasi un affronto: se il sistema sta su, perché riavviarlo, magari dopo due mesi di uptime? Ma anche per l'utente Windows l'aggiornamento con riavvio "rompe" abbastanza, magari mentre si è in ritardo con il lavoro.
Certo, possiamo posticipare, ma ci resta il dubbio: aggiornamento importante? Corregge un buco di sicurezza?
Ma ora si stanno mettendo le basi per effettuare qualunque aggiornamento senza riavviare! Si tratta di una cosa non da poco: pensiamo ad un server utilizzato da migliaia di utenti; o semplicemente sommiamo tutto il tempo perso in un anno per riavviare i nostri vari pc!
La società che sta affrontando questo problema è la Ksplice: di solito gli update devono sostituire parti di codice del sistema che in quel momento sta lavorando; la Ksplice affronta questo problema analizzando i cambi di basso livello che l'update dovrebbe fare ed implementandoli direttamente a basso livello, senza passare da linguaggi evoluti.
Gli esperimenti sono cominciati su Linux, sistema spesso utilizzato sui server: il sistema è stato in grado di installare quasi il 90% degli update tra il 2005 e il 2008 senza riavviare; i restanti sono comunque andati a buon fine senza riavvio con l'intervento del programmatore. Si tratta ora di fare in modo che tale intervento possa essere fatto nel processo di update.
Ora la Ksplice sta offrendo il sistema, consulenze comprese, a chi ha necessità di non interrompere il servizio ai propri utenti. Nel frattempo, al MIT viene usata dal 2008 questa tecnologia per aggiornare due server da 37 milioni di contatti al mese: direi che è un buon collaudo! Bisogna infatti bilanciare il rischio che proviene dal non aggiornare (e magari non chiudere un buco di sicurezza) e quello di farlo senza il riavvio: al momento le prospettive sembrano buone.
Per ora l'obiettivo sono server basati su Linux, ma come al solito, quando la tecnologia sarà matura, ci possiamo aspettare una sua diffusione agli altri sistemi, compresi i cellulari.

[fonte: www.technologyreview.com]

2009-05-20

Sei sicuro di essere sicuro?

Ormai una parte dei ricordi, dei documenti e altro sono su internet; per non parlare dei vari giochi di ruolo e di strategia. Ognuno di questi siti ci fa entrare solo se inseriamo il nostro nickname e la relativa password; ma... se ce la dimentichiamo? Ogni sito ha un sistema per ricuperare l'accesso in caso di smarrimento password: spedizione di una nuova password alla nostra email, per esempio; oppure, molti siti prevedono una cosiddetta domanda segreta, a cui abbiamo risposto al momento dell'iscrizione.
Questo sembra un buon livello di sicurezza: chi potrebbe rispondere ad una domanda con la stessa nostra risposta? Ebbene: non è così! Alcuni ricercatori della Carnegie Mellon University, in collaborazione con Microsoft, hanno presentato uno studio al simposio IEEE per la sicurezza, secondo il quale è abbastanza probabile indovinare la risposta, quindi per niente segreta.
Un esempio che ha fatto il giro del mondo fu l'intrusione nella casella postale su Yahoo del governatore dell'Alasca (Sarah Polin), durante la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti; i "ladri" risposero alla domanda segreta inserendo il nome della località in cui la politica incontrò la prima volta il marito, notizia evidentemente pubblica.
Certo, per una persona che non ha vita pubblica potrebbe essere difficile recuperare una simile informazione; però i nostri amici potrebbero saperla e magari non sono proprio amici: se qualcuno entrasse nella nostra utenza del gioco di strategia preferito e ci cancellasse quanto abbiamo messo su faticosamente, non saremmo proprio contenti, che ne dite?
Le probabilità di intrusione aumentano per quei siti che impongono domande semplici (luogo di nascita, per esempio), ma anche negli altri casi non sembra così difficile: nell'esperimento presentato, più del 15% delle persone sotto esame hanno indovinato le risposte di persone sconosciute! I casi favorevoli aumentano se si tratta di persone che si conoscono, come gli amici o personaggi pubblici (fino a poco meno del 30%). Sembrano percentuali basse, ma se la base è rappresentata da qualche milione di utenti internet, i casi favorevoli sono comunque troppi. Siamo quindi nella situazione in cui il sistema di password, magari a prova di spyware, con anche un controllo di lunghezza minima, obbligatorietà di lettere maiuscole, minuscole e cifre (cioè una combinazione molto sicura), viene superato da un sistema di recupero password alla portata di molti. È come usare una serratura a prova di ladro e lasciare la chiave sotto lo zerbino!
Un modo per ricuperare la sicurezza nei casi di "domanda segreta" sarebbe di rispondere con una serie di caratteri senza senso compiuto, meglio se casuali; però, se abbiamo dimenticato la password, come facciamo a ricordarci della risposta segreta? Anzi: si è anche trovato che entro pochi mesi questa risposta, anche se vera, viene dimenticata: chi si ricorda se all'iscrizione abbiamo usato l'articolo davanti al nome, se abbiamo messo delle virgole oppure usato le maiuscole? Più che una sicurezza, questo meccanismo sembra più un ostacolo.
Come consiglio, meglio usare i siti che, in caso di smarrimento della password, ne spediscono una nuova alla nostra mail: attenzione però alla password usata per entrare nella mail! Il tutto rischia di presentarsi come un serpente che si morde la coda!
Personalmente, ho risolto in altro modo: l'eventuale risposta alla domanda segreta è sempre una sequenza casuale di caratteri, almeno una ventina e la password... non me la scordo mai! Come? La scrivo sul palmare, in un software con sicurezza a 128 bit: c'è un'altra password da ricordare, ma questa volta è una sola! Per cose importanti, tipo banca e altro, meglio non usare il browser per memorizzare la password di un sito: alcuni browser sono ben protetti, ma perché rischiare?

2009-04-29

Spiacente, non hai i permessi!

Prima o poi un Mac User ci si imbatte: qualcosa non funziona come ci si aspetta, si prova a chiedere su qualche forum di esperti Mac e qualcuno risponde di provare a riparare i permessi. Spesso il post successivo afferma invece che tale operazione non servirà a nulla ed ogni tanto c'è anche qualcuno che si dichiara convinto che sia una cosa dannosa. Vediamo cosa c'è di vero e di falso.
Cosa sono i permessi?
Proprio quello che dice la parola: individuano il proprietario di un file o cartella, cioè chi può leggere o scrivere un determinato file. Possono essere facilmente visualizzati selezionando il file o la cartella che ci interessa, premendo Cmd-I e andando ad aprire la voce "Condivisione e permessi". Normalmente potremo leggere e scrivere nei file della nostra cartella utente, mentre potremo solo leggere (e talvolta nemmeno!) quelli che servono al funzionamento del sistema operativo. I permessi stanno alla base della sicurezza dei sistemi Unix/Linux:un eventuale virus avrebbe bisogno della password di amministratore per poter cancellare o modificare componenti importanti del sistema. Sono abbastanza diversi dai corrispondenti permessi di Windows, che pur avendo la stessa funzione, non sempre rispondono come dovrebbero.
La riparazione dei permessi consiste nel confrontare quelli di ogni file con quelli corretti e, nel caso fossero diversi, resettarli.
Se i permessi non sono quelli attesi, potremmo avere dei problemi: p.es. se un software dovesse modificare un file, ma gli venisse impedito da permessi errati, il file non verrebbe toccato ed il comportamento del software potrebbe essere diverso, fino al mancato funzionamento.
Ma come si fa a sapere quali sono quelli giusti?
Quando si effettua un'installazione tramite il normale installer di MacOS X, viene registrato uno speciale file receipt (ricevuta) nella cartella

/Library/Receipts/

Qui sono elencati i file installati, assieme ai loro permessi originali. La funzione di UtilityDisco non fa altro che confrontare i permessi attuali con quelli originali contenuti nelle ricevute, resettandoli quando necessario.
Ogni installer dovrebbe lasciare la propria ricevuta nella cartella indicata, ma non tutti i file dell'hard disk vengono controllati. In effetti, solo i file di sistema originali di Apple e quelli relativi ai Developer Tools sono controllati; gli unici file di terze parti conivolti sono quelli installati con OS X. Questo per motivi di sicurezza: per un trojan sarebbe semplice inserire nella propria receipt le istruzioni per poter modificare qualche file importante di Unix, per poterlo aprire e modificare a suo piacimento.
Potete verificare da soli: cambiate i permessi di un file di un'applicazione non Apple ed effettuate una riparazione con Utility Disco: al termine vedrete che il file ha mantenuto i permessi errati (riportateli subito a quelli originali!)
Il fatto che solo i file installati da Apple siano controllati, non significa che gli altri software non siano influenzati da permessi errati: quasi tutti infatti si basano su file del sistema.
Allora possiamo cancellare le ricevute di terze parti? Meglio di no! Pesano poco e come minimo servono all'installer per sapere se una applicazione è già presente o meno. Inoltre, se cancelliamo una receipt di troppo del sistema, la riparazione potrebbe non andare a buon fine: in questi casi, può convenire copiare la receipt mancante da un altro computer con la stessa versione del sistema, oppure reinstallare tutto.
I percorsi dei file all'interno della receipt vengono scritti durate l'installazione e sono assoluti, per cui se spostiamo un file col Finder, il file non verrà trovato; quindi non spostiamo mai un file installato da Apple!

Perché i permessi cambiano? Per molti motivi, ma tutti per operazioni non corrette: un'installer (o un utente che vuole provare azioni non permesse) potrebbe aver bisogno di accedere a file protetti, dimenticando poi di rimetterli a posto. Oppure, un restore eseguito a mano (o tramite un software non fatto bene) potrebbe non mantenere i permessi corretti, con conseguenti malfunzionamenti sparsi.
Quando è necessario riparare i permessi? Diciamo che non fa male, per cui possiamo farlo ogni volta che un software dà strani segni di malfunzionamenti: magari non ha effetto, ma male non fa. Inoltre, Apple raccomanda di inserire la riparazione dei permessi tra le procedure da seguire in caso di problemi. Anzi: l'indicazione è di farlo anche prima e dopo ogni aggiornamento di sistema! Questo certamente smentisce una serie di voci in rete, secondo le quali la correzione dei permessi, oltre a non essere utile, sarebbe persino dannosa. Non sono chiari i motivi per i quali dovremmo fare la riparazione prima e dopo gli aggiornamenti: l'installer di un aggiornamento chiede la password di amministratore, per cui le operazioni possono essere fatte dal livello root, che supera gli eventuali permessi contrari. Allo stesso modo, al termine dell'installazione un pacchetto fatto bene (come ci si aspetta che sia, se di origine Apple) certamente non tralascia di settare correttamente i permessi dei file installati.
Possiamo quindi dire che le probabilità che la procedura faccia danni è molto più bassa di quella che possa invece mettere a posto le cose.
Diciamo quindi che non è necessario abusarne (ma non fa male!), ma se ci sono problemi tanto vale provarci: non avremo nessun danno e non peggioreremo la situazione.

2009-04-20

Oracle acquista Sun

Chiunque mastica un po' di informatica conosce questi attori:
Oracle, il gigante dei database, emanazione del miliardario americano Larry Allison.
Sun, azienda conosciuta per aver inventato il linguaggio di programmazione free Java e per il sistema operativo Solaris.
Si può dire che entrambi hanno contribuito a far diventare l'informatica quello che è oggi.
Una ventina di anni fa, Oracle si trovava in condizioni non floride, ma un'aggressiva azione sul mercato l'ha portata oggi ad un fatturato stratosferico. Il suo prodotto di base, Oracle appunto, è uno dei più importanti database relazionali, regolarmente mantenuto e aggiornato. Abbastanza diverso da Microsoft SQL e MySQL, sia nelle complicazioni ma anche nella potenza, è considerato il database di eccellenza per le applicazioni enterprise. Molte le piattaforme supportate, da Windows a MacOS X ed anche lo stesso Solaris di Sun. Famosa la possibilità di effettuare il recupero di dati persi senza interrompere l'uso del db.
SUN (in origine Stanford University Network) è un'azienda di semiconduttori e software, anche se è conosciuta soprattutto per quest'ultima parte; fin dall'inizio pose le basi di Unix, passando però anche a produrre prima personal computer (partendo dalle CPU Motorola 68000, per arrivare agli Sparc) e poi dedicandosi ai server. Oltre al linguaggio multipiattaforma Java, probabilmente il più usato nel mondo, altri suoi prodotti sono StarOffice (suite di produttività in concorrenza con Microsoft), il sistema operativo Solaris, versione proprietaria di Unix. Rappresenta uno strano connubio tra openSource e soluzioni proprietarie: le macchine Java sono infatti utilizzate su qualunque piattaforma, anche se su Unix dà il meglio di se.
L'acquisto è stato perfezionato proprio oggi, in cui il consiglio di amministrazione di SUN si è dichiarato d'accordo con l'offerta di acquisizione. Il valore dei due attori è molto diverso: 18 miliardi di vendite per Oracle, 600 milioni per Sun, che comunque ha aumentato l'anno scorso il proprio volume del 21%.
Nell'acquisizione era in corsa un altro gigante, IBM, che però alla fine ha rinunciato.
Cosa ci si può aspettare ora? Probabilmente nulla, almeno nel breve termine; magari un miglioramento delle sinergie già importanti tra Java e Oracle, ma i vari prodotti sono così importanti che continueranno ciascuno sulla strada attuale.

2009-01-02

Ottima fine d'anno, Zune!

Incredibile come certi bug nei software non vengano trovati (ma li cercano, almeno?), tanto i clienti sono ormai abituati a sopportare il peso di errori di programmazioni.
Oggi è la voltta di Microsoft: una versione del suo lettore MP3 (Zune) ha lasciato, nel migliore dei casi, senza musica i loro proprietari. Sembra infatti che non fosse stato previsto il giorno in più dell'anno bisestile, che sappiamo non essere il 31 dicembre ma il 29 febbraio. Per qualche oscuro motivo, questo giorno in più ha fatto sparire tutta la musica contenuta nello Zune.
Certo, Microsoft è immediatamente corsa ai ripari... facendo cosa? Dicendo ai propri clienti di attendere un giorno, in modo da arrivare al 1 gennaio. Poi, però, ciascuno dovrà scaricare completamente lo Zune, resettarlo, ricaricarlo completamente e poi tornare al sito da cui ha acquistato i brani, per riscaricarli assieme ai diritti di riproduzione.
Al momento, alcuni sono tornati in possesso della propria musica, altri no; forse non si è ancora scaricata la batteria.
Se si fosse trattato di un'automobile o anche di un elettrodomestico, ci sarebbero anche state richieste di danni; nel caso del software non è possibile.
Infatti, la licenza d'uso (quelle di tutti i produttori software) mettono in chiaro che nessuno è responsabile di danni o mancati funzionamenti o perdite di dati. Come dire: se non l'abbiamo fatto per bene... peccato.
Come quando si usavano le pellicole per le fotografie (beh, qualche volta le uso ancora :-): i laboratori di sviluppo avvertivano che eventuali danni durante lo sviluppo sarebbero stati ripagati con il prezzo del rullino, qualunque foto ci fosse sulla pellicola. Ma poi la gente è passata al digitale...
Al momento non possiamo fare a meno dei software, però...

2008-12-19

SQLite: il browser

Forse ne avrete sentito parlare, anche se in mezzo a concorrenti più famosi può capitare di non notarlo o magari di confonderlo.
Si tratta di SQLite (sito), una libreria che implementa un database SQL che è possibile incorporare nelle applicazioni, rilasciato come OpenSource. Come altri illustri predecessori (per esempio MS Access) raccoglie in un unico file tutto quanto costituisce un database: tabelle, query, report, ecc...
Questa caratteristica di riunire tutto in un file e di poter essere linkato dalle applicazioni senza problemi (in partenza era costruito per essere interfacciato con il linguaggio C, ma esistono bind anche per altri linguaggi), ne sta facendo un ottimo compagno per quelle applicazioni che, pur essendo leggere, hanno bisogno di registrare dati con la potenza di un database; tutta la libreria non supera infatti i 300 kB. In alcuni casi la velocità supera altri prodotti free, come per esempio MySQL, anche se ovviamente si trova con un subset di funzioni. Inoltre, cosa molto appetibile, è multi-piattaforma ed il file generato può essere letto con ogni sistema operativo. Tra gli svantaggi: non è possibile usare le stored procedure, non può essere utilizzato in modo accettabile in rete.
Tutto questo ne fa un'ottima soluzione in molti casi (la grandezza non è un ostacolo, in quanto può arrivare anche a dimensioni di 1TB); inoltre la versione 5 del PHP lo contiene di default. Tuttavia non ha un'interfaccia con la quale creare facilmente tabelle e campi, come i prodotti commerciali
Per questo motivo esistono soluzioni di altri sviluppatori, ma a mio parere la più semplice di queste (e gira su Windows, Mac, Linux) è SQLite Browser (sito). Nonostante l'ultima versione sia del 2006, funziona bene sui vari sistemi ed è molto semplice da utilizzare. Lo scopo del progetto è infatti quello di permettere anche ad utenti meno smaliziati di creare e modificare database SQLite senza dover passare dal linguaggio SQL. L'interfaccia si presenta come un foglio elettronico, con vari comandi per creare campi, record e modificare le caratteristiche.
Se state sviluppando un'applicazione che ha bisogno di un database ma non potete basarvi sull'esistenza di MySQL o altri sul computer dell'utente, SQLite può darvi una possibilità e SQLite Browser diventerà vostro amico!

2008-10-12

Il framework .NET su *nix

Chi ogni tanto passa da queste pagine avrà certamente notato il mio apprezzamento per i progetti OpenSource: non si ringrazierà mai a sufficienza quei gruppi di persone che, in modo completamente gratuito, spende giorni del suo tempo per costruire e portare avanti progetti di complessità analoga ai prodotti commerciali, per il puro scopo (e probabilmente, divertimento) di fornire alternative gratuite che girano, talvolta meglio, sui nostri computer.
Due esempi famosi: OpenOffice (alternativa a Microsoft Office) e GIMP (con le funzionalità di Adobe Photoshop, anche se i menu differenti fermano molta gente).
Oggi voglio portare un altro esempio. A questo indirizzo si trova il progetto Mono, che ha il ragguardevole scopo di portare sui sistemi Unix, Linux e derivati (come MacOS X) il framework Microsoft denominato con lo strano nome di dotNET. Cosa buffa è che sia in grado di funzionare persino su Windows, dove esiste già! Chissà quale dei due funziona meglio :-)
Con questo framework sarà possibile sviluppare in molti linguaggi, tra quali anche quelli esclusivi Microsoft: C#, LINKQ, VB8, Python, Java, Ruby e altri. Può far girare ASP.NET, ADO.NET ed anche Windows.Form.
Chi sviluppa usando Microsoft Visual Studio sa che questo gira solo su piattaforma Windows; allora nel progetto viene anche fornita una IDE per C# e .NET. In questo modo è possibile non solo far girare programmi costruiti per Windows ma anche sviluppare direttamente su *unix! Questa IDE si chiama MonoDevelop, si trova a questo indirizzo in versione 1, ma esiste già una alfa della versione 2. Come ogni IDE che si rispetti, prevede il completamento del codice e la gestione delle classi.
Un progetto che ogni sviluppatore dovrebbe seguire!

2008-07-24

Parcheggi assicurati?

Sta nascendo un nuovo uso dell'iPhone (ed anche per gli smart phone, ovviamente): a San Francisco stanno per implementare uno stranissimo network: circa 6000 sensori in collegamento wireless saranno inglobati nell'asfalto delle strade della città, per monitorare il traffico e la presenza di parcheggi liberi. Lo scopo è poi di spedire il tutto alle mappe internet, in modo che dal computer di casa o dagli smart phone gli abitanti possano verificare se sia possibile circolare o persino trovare parcheggio in centro; si spera in questo modo di ridurre il traffico delle auto che girano alla ricerca di un posto.
Il tipo di network è diverso dai soliti wireless: si tratta di un mesh (maglia), dove ogni unità può colloquiare con un'altra, senza che ne esista una centrale.
Questi sono di un tipo completamente nuovo rispetto, ad esempio, a quelli usati a Londra per il conteggio (con fotografia) delle auto che entrano nel centro; il sensore principale è basato sulla misura della perturbazione di un campo magnetico da parte dell'auto di passaggio. Ma la cosa stupefacente è il consumo: ognuno può funzionare per circa 10 anni con due batterie AA (quelle dei transistor): oltre a registrare il passaggio o la presenza di un'auto, si mantiene in contatto con gli altri elementi della "maglia", con un'alta affidabilità.
Questa viene raggiunta in vari modi: se un segnale non può, per qualche motivo, essere spedito ad un nodo, il sensore prova a spedirlo agli altri. Inoltre, sembra che il cercare un canale wi-fi sufficientemente libero richieda troppo tempo: meglio cambiare continuamente canale in pochi secondi e tra una trasmissione e l'altra il circuito va in stand-by, per risparmiare energia.
Ovviamente la mancanza di fili rende l'installazione molto semplice: solo uno ogni tanto, quello che capita vicino a un lampione, è collegato via cavo. Ogni sensore in più rende la maglia sempre più affidabile.
L'informazione che sarà disponibile su internet dovrebbe far capire quanta parte del proprio tempo viene sprecata guidando alla ricerca di un posteggio o a fare code; il sistema potrebbe suggerire percorsi alternativi o addirittura prevedere dove si renderanno disponibili parcheggi.
D'altra parte, non è difficile pensare ad almeno 10 automobilisti che puntano allo stesso posteggio che hanno appena visto sull'iPhone! Anzi, all'inizio ci sarà un aumento del traffico, dato che ciascuno penserà di poter parcheggiare da qualunque parte con questo aiuto...

2008-05-17

Quantum Computing

Parole misteriose, se ne parla da un po'. Vediamo di capire di cosa si tratta; è solo una piccola introduzione: chi è interessato può utilizzare i link forniti.
Intanto notiamo che nei passati decenni le CPU sono andate nella direzione di inglobare sempre più cose al loro interno: dai pochi byte di registri interni alle attuali cache e decine di registri. Il tutto rientra nel principio di ridurre il più possibile le dimensioni, per aumentare la velocità. La prossima generazione di processori avrà una scala ancora minore, ma prima o poi verrà raggiunto un limite tecnologico, oltre il quale non si potrà andare; già oggi vengono costruiti componenti inferiori al micron e magari arriveremo a progettarne di quelli composti da pochi atomi.
A quel punto, però il modello di natura che conosciamo non funziona più: come sappiamo, infatti, il molto piccolo si presenta secondo i modelli dalla meccanica quantistica. E come effetto collaterale, oltre al prevedibile aumento di velocità, ci troveremo ad avere delle logiche completamente diverse, basate appunto sulla natura quantistica. Nascerà (anzi, è già nata) una teoria dell'informazione quantistica, che sposa l'Informatica con la Fisica Quantistica. L'introduzione a livello tecnologico dei nuovi principi dovrebbe portare ad una sorta di rivoluzione, la prima dell'informatica: in effetti, i suoi principi sono finora sempre stati gli stessi della partenza, con progressi solo sulla velocità e sulle dimensioni.

Sappiamo che i computer utilizzano da sempre una rappresentazione binaria della realtà, in cui ogni grandezza può prendere uno solo dei valori 0 e 1, oppure vero e falso, aperto e chiuso. Dal punto di vista tecnologico, di solito i due livelli si differenziano per una tensione (volt), ma si possono utilizzare anche altri metodi: carica elettrica su un condensatore, polarizzazione destra o sinistra, ecc... Ma quando entriamo nella Meccanica Quantistica, si scopre che se un sistema può esistere in 2 stati, allora può esistere anche in una molteplicità di altri stati ottenuti come sovrapposizione dei 2 di partenza. Questi stati sono piuttosto strani, certamente non intuitivi: non sono direttamente visibili (misurabili) poiché non appena si fa una misura per vedere in che stato è il sistema, troveremo sempre e soltanto uno dei due di partenza. Tutto come se l'operazione della misura influenzasse il sistema e lo facesse cadere su uno dei stati normali.
L'applicazione di questo principio a sistemi macroscopici porta a dei paradossi, ma per spiegare il concetto, anche se non corretto, può bastare il seguente esempio: supponiamo di aver pescato una pallina da un sacchetto contenente palline bianche e nere in ugual numero, senza guardarne il colore e mettiamola in una scatola, che chiudiamo. Finché non la apriamo, non potremo dire con sicurezza di che colore è la pallina; al massimo, diremo di avere il 50% delle probabilità che sia bianca, ma anche che sia nera. Secondo la Fisica Quantistica, il sistema "pallina pescata dal sacchetto e messa nella scatola" si trova allora in uno stato ibrido, composto per il 50% dal colore bianco e per il 50% dal nero. Ora facciamo una misura, cioé apriamo la scatola per vedere il colore della pallina: non la vedremo grigia, ma soltanto bianca o nera. La misura ha distrutto lo stato ibrido e fatto cadere il sistema in uno dei 2 stati noti.
Qualcuno potrebbe chiedere che senso ha introdurre uno stato ibrido se non posso misurarlo; la risposta è che ci sono esperimenti (non sulle palline, eh!) che mostrano come i fotoni, elettroni e simili, interagiscono con l'ambiente proprio come fossero in questo stato ibrido; la probabilità finale del risultato di una misura deve tener conto che la "pallina quantistica" ha in sé tutti gli stati che gli sarebbero permessi, anche se la misura ne mostra solo uno .
Se indichiamo con |i> questo stato ibrido, mentre |b> è la pallina bianca e |n> la nera, si usa dire che:
|i> = x |a> + y |b>
dove x e y sono numeri legati alle probabilità di trovare la bianca o la nera.

Passando all'informatica, consideriamo un bit: i possibili valori sono [0, 1] ma solo uno dei due è registrato. Nel caso quantistico, un qubit (equivalente quantistico del bit) in generale avrà un valore ibrido, sovrapposizione di 0 e 1. Cioé un qubit conterrà entrambi i valori! Allo stesso modo, mentre un registro a 3 bit può tenere un solo numero nell'intervallo 0-7, un registro a 3 qubit potrà tenere tutti gli 8 numeri! In generale, N qubit possono contenere 2^N numeri, come sovrapposizione dei possibili stati! Un esempio che si trova ripetutamente in rete dice che un registro a 200 qbit (idealmente composto da 200 atomi) invece di un numero solo, potrebbe conservare tanti numeri quanti sono gli atomi dell'universo... :-)
Appena avviene la lettura, nel qbit si trova solo uno dei possibili numeri; ma se noi questa lettura non la facciamo? Allora il computer quantistico può effettuare calcoli usando tutti i possibili numeri, nello stesso momento! Come risultato avremo ancora uno stato ibrido: avremo ottenuto un calcolo in parallelo nel tempo che richiede una singola operazione, come se avessimo 2^N processori.

Naturalmente, le regole quantistiche ci dicono che, al momento della misura, il valore sarà quello atteso ma con una certa probabilità! In altre parole, la nuova Informatica Quantistica deve progettare delle procedure che portino la probabilità del risultato corretto vicina al 100%, altrimenti potremmo ottenere anche risultati errati!

Un esempio pratico. Gli ordinamenti di una lista sono tra le operazioni più dispendiose, dovendo in media leggere almeno metà degli elementi della lista, ma un computer quantistico può ottenere tutta la lista con un solo accesso alla memoria; è stato dimostrato che su una lista di 1 milione di elementi, si arriva ad un risultato con probabilità 50% con solo 1000 operazioni.
Si prevede che l'applicazione migliore del Quantum Computing sia nei casi in cui i dati vengono generati da un algoritmo: in un software di scacchi: in una singola operazione sarebbe possibile esaminare moltissime varianti. Come rimarcato in alcune pubblicazioni de Le Scienze (purtroppo non ricordo il titolo), computer del genere sarebbero in grado di decifrare qualsiasi algoritmo di criptazione: una chiave a 256 bit verrebbe superata in una decina di minuti! Naturalmente, si sta sviluppando un nuovo tipo di crittografia (quantum cryptography) con lo scopo di far ridiventare possibile la trasmissione sicura; per esempio creando stati quantistici in grado di generare sequenze casuali identiche, sapendo che se uno stato arriva a destinazione in un certo modo, non è stato certamente intercettato.

Se la teoria sta avanzando speditamente, non così la tecnologia necessaria: nella meccanica quantistica è facile interagire con l'ambiente e quindi perdere coerenza, cioé influenzare il sistema, generando errori. La quantum error correction ha lo scopo di ridurre le interferenze spurie, portando a computer che possono sopportare un
certo livello di errore. Nei laboratori IBM è stato realizzato un computer a 7 qubit, utilizzato per scomporre in fattori primi il numero 15. Sembra nulla, ma il passo è importante.

Se siete interessati, potete esaminare il sito Qubit oppure Quantum Computing FAQ ed anche l'ottima Introduzione, da cui ho tratto spunto per questo post.

2008-05-08

Microsoft e Apple

Arriva notizia che non può far altro che piacere agli sviluppatori: Microsoft ha deciso di includere in in alcune forme di abbonamento ai propri software di sviluppo, anche una copia di Parallel, il software che permette di far funzionare praticamente senza problemi su un Mac con CPU Intel i vari software nati per Windows.
La contentezza dovrebbe derivare non tanto dal vedersi comparire Parallel, dato che molti che hanno esigenze di utilizzare software Windows lo hanno già; quanto piuttosto che la comparsa di Parallel nell'offerta Microsoft apre possibilità future di appoggio Microsoft allo sviluppo su Mac, per qualunque piattaforma si sviluppi! Quindi una nuova considerazione del Mac, un po' come era all'inizio, quando Microsoft forniva il Basic e le versioni di Office comparivano prima per Mac che per Windows.
Per chi non lo sapesse, Parallel permette di far funzionare qualunque applicazione per Windows (oltre ovviamente a Windows stesso!) sulla stessa scrivania Mac. In pratica ci troveremo nel Dock, oltre ai software Mac anche quelli Windows; lanciandone uno, non fa differenza su quale piattaforma sta girando.

Fonte: MacProf

2008-04-27

Nuova versione di Ubuntu

Non ho mai provato l'ebrezza di compilare ed installare un sistema operativo... cioé non ho mai usato Linux partendo da zero, anche se so che il mio fido Mac ha un cuore Unix, quindi vicino a Linux. Per me, anche se mi classifico un utente evoluto di computer, complicarsi troppo le cose quando si usa il computer come un mezzo (e non un fine) significa darsi la zappa sui piedi.
Però, da quando mio figlio ha installato da solo una versione di Ubuntu su una partizione del suo iMac, ho potuto verificare che, anche se non è ancora di facile utilizzo per tutti, questa distribuzione di Linux sta facendo passi da gigante.
Allora, ecco perché ho pensato di inserire questo post, con la notizia che la versione da lungo attesa di Ubuntu, la 8.04, è stata rilasciata.
Utilizza Gnome 2.22, ma soprattutto arriva con la possibilità di un installer che si occupa di fare tutto lo sporco lavoro, dalla creazione delle necessarie partizioni fino all'installazione vera e propria. Come al solito, la distro arriva con un set di software, tutti Open Source, che dovrebbero essere sufficienti per le necessità di un utente normale, da OpenOffice ad un client BitTorrent fino ad un framework per il playback dell'audio utilizzabile da praticamente tutte le applicazioni.
Diciamo che se state pensando di lasciare le finestre per il pinguino, il momento giusto si è avvicinato molto!

2008-04-23

Il baco di Safari

Ormai è una notizia conosciuta: durante una competizione pubblica, un hacker ha vinto un sostanzioso premio (10mila dollari ed un MacBook Air) per essere riuscito a forare il nuovo portatile di Apple, per raggiungere il contenuto di un file nascosto in qualche cartella all'interno del suo hard disk. Il primo tentativo era andato a vuoto (si doveva usare solo comandi di rete), ma il secondo, dove si poteva usare qualunque altro mezzo (escluso quello fisico...:-), è andato a segno dopo pochi minuti!
Questo ha lasciato di sasso gli addetti ai lavori, in quanto al momento la base unix di MacOS X è considerata fra le più sicure.
Poi è venuto fuori che il problema era legato a... codice Open Source! usato nel browser Safari. E tale codice nel frattempo era stato corretto dalla comunità!
In pratica, i tecnici Apple si erano dimenticati di fare l'aggiornamento! Chi di voi ha un sito con un CMS OpenSource sa quanto sia importante mantenere il codice aggiornato all'ultima versione: la notizia di una falla si propaga tra i cracker in un batter d'occhio. E in questo caso, il buco era stato scoperto quasi un anno fa: da allora si sono successi almeno due o tre rilasci di Safari, senza che venisse corretto: bastava scaricare la nuova versione.
Indubbiamente, non si tratta di una buona pubblicità per il browser Apple, sbarcato da qualche tempo anche su Windows; questo si va ad aggiungere a certe raccomandazioni da parte del gruppo eBay, che invitavano a non usare Safari per le transazioni. Su questa parte, ci sono state notizie contrastanti, in quanto la non-sicurezza, secondo eBay, sarebbe legata alla non implementazione di estensioni agli standard (ai quali invece Safari si attiene scrupolosamente). Strada in salita, quindi, su Windows.
Il vincitore del MacBook Air ha fatto sapere che si era preparato con alcuni colleghi, impiegando almeno 2 giorni per trovare la falla (evidentemente non si aspettava di trovare una versione vecchia!) ed altri 3 o 4 per avvantaggiarsene. Questo spiega come mai siano bastati pochi minuti per ottenere il risultato: c'era dietro il lavoro di una settimana.
Per la cronaca, sono stati necessari 2 giorni per Windows Vista (il vincitore ha detto che non aveva previsto la presenza del SP1, per cui ha dovuto cambiare strategia sul momento, trovando un buco nel Flash). Per quanto riguarda Linux, sembra che le falle siano state trovate, ma che nessuno sia riuscito a sfruttarle: malignamente, qualcuno ha osservato che in genere gli hacker operano su tale piattaforma e magari vi contribuiscono; secondo queste voci, quindi, vi sarebbe un certo conflitto di interessi...

2008-04-22

C'è fumo sui docx!

C'è qualcuno che pensato di fare uno smoke text sulla conformità dei documenti dell'ultima versione di MS Office rispetto a quanto stabilito nello standard ISO 29500 che, per chi non lo sapesse, definisce nei dettagli il nuovo formato OOXML per i file cosiddetti Office. Prima di dare i risultati, due info per i non addetti:

1) il formato OOXML consiste in un file di testo strutturato (in pratica è un XML con determinati tag) in grado di contenere tutto quanto necessario per ricostruire un file Office (quindi editor di testi, spreadsheet, ecc...). Dopo la dichiarata adozione del formato da parte di OpenOffice (la suite gratuita) e MS Office, è diventato uno standard ben definito, descritto dalla ISO, l'organismo di standardizzazione internazionale.

2) Cosa è uno smoke test? Il nome proviene dai vecchi controlli di qualità sui prodotti elettrici: quando si costruiva un prototipo, per sapere se ci fossero problemi grossolani, si attaccava la spina... e si aspettava, guardando da distante: se usciva del fumo, qualcosa non andava! Il nome è rimasto nel caso del software: si fa girare il programma e si sta a vedere che le operazioni principali funzionino! Per esempio, è un ottimo metodo per gli sviluppi con frequenti nightly build, in cui si va a vedere che non ci siano problemi di base (...il fumo!), per poter proseguire verso una build vera e propria, che invece richiederà un test di qualità molto più approfondito.

Bene, questo smoke test è stato effettuato rispetto ad un modello ristretto (da cui sono eliminati molti tag: date non in formato ISO, settaggi di compatibilità, ecc...), verso il quale ci si poteva attendere molte incompatibilità; infatti, sono comparsi più di 100.000 messaggi di errore. Come atteso.
Allora, vai col modello di transizione (transitional): questo è stato definito in modo da comprendere molti tag necessari per i vari tipi di documento, quindi ci dovremmo attendere una compatibilità abbastanza buona, anche se magari non perfetta. Tutto sommato, la realtà è così, anche se ci si attendeva qualcosa di meglio: 84 non compatibilità.

I commenti dell'autore del test sono:
- ad oggi, i documenti MS Office 2007 non seguono lo standard ISO29500;
- l'aderenza al modello stretto richiede interventi pesanti sull'applicazione;
- l'aderenza a quello transitional richiede meno interventi, ma sempre non leggeri.
Ricorda inoltre che la veloce approvazione della ISO 29500 era giustificata proprio per evitare che Microsoft andasse per la propria strada, come spesso ha fatto nel passato, tentando (e spesso riuscendoci) di creare una propria deviazione dallo standard, per spingere i propri clienti ad utilizzare solo la propria suite per avere tutte le caratteristiche fornite.

Lo stesso autore propone di effettuare lo stesso test con la ISO 26300, che descrive la struttura di OpenDocument (ODF), formato tipico usato da OpenOffice. Vedremo cosa salterà fuori!

2008-04-13

phpMyAdmin

Un po' di tempo fa abbiamo imparato come, su MacOS X Leopard sia possibile attivare Apache, il PHP ed installare MySQL. Abbiamo quindi a disposizione un sistema di sviluppo web completo. Però MySQL non ha un'interfaccia nativa da cui essere configurato (tipo, diciamo, Microsoft SQL). Allora vediamo come utilizzare il più diffuso tool di configurazione: phpMyAdmin. Si tratta di un software completamente sviluppato in PHP e funziona quindi all'interno di un browser; per lo stesso motivo, lo useremo allo stesso modo su qualunque piattaforma. Il database da configurare può trovarsi, come nel nostro caso, sullo stesso computer, ma può anche essere remoto, come nei casi di web hosting.

Installazione
Per prima cosa, andiamo sul sito ufficiale e scarichiamo l'ultima versione stabile. Scompattiamolo in una qualunque posizione (p.es. nella cartella Download): avremo come risultato una cartella col nome phpMyAdmin... seguito da informazioni sulla versione: cambiamo questo nome in qualcosa di più corto e semplice: che ne dite di phpMyAdmin e basta? Ok, ora spostiamo tutta la cartella appena rinominata nella cartella Siti del nostro utente, oppure nella cartella di default di Apache (/Library/WebServer/Documents/); io preferisco la prima posizione, così quando faccio il backup della mia Home, copio proprio tutto, compresi per esempio i file di configurazione!

Configurazione
Questa è la parte più impegnativa, anche se tutto sommato semplice. Diventa tremenda se ci dimentichiamo che ogni browser ha una cache e Safari non fa eccezione! Vedremo perché.
La configurazione può essere fatta via interfaccia grafica, ma è tutt'altro che automatica e nemmeno semplice se la vediamo per la prima volta. Per cui andremo per via manuale, con il nostro bravo TextWrangler! Ottimo e gratuito. Nel seguito, ogni percorso che non comincia con una '/' sottointenderà la cartella phpMyAdmin.
Quando viene richiamato, phpMyAdmin prima carica prima il file di default libraries/config.default.php e poi il config.inc.php; per cui in quest'ultimo possiamo cambiare tutti i parametri che vogliamo semplicemente inserendo una riga corrispondente. Non c'è invece ragione di inserire comandi per i valori default: i valori caricati col primo file resteranno invariati.
Apriamo quindi TextWrangler con un nuovo file e inseriamo il seguente codice, che in prima battuta può bastare per collegarsi col database:

<?php
/* inserire una stringa qualunque con numeri e lettere;
serve per criptare la password - non deve essere più lunga di 46 caratteri
*/
$cfg['blowfish_secret'] = 'i48udge89ars34t';

$i = 0;
$i++;

/* metodo di autenticazione dell'utente - i metodi che ci interessano possono
essere http, cookie, config. Per ora usiamo il primo.
Ci permetterà di entrare sul database con un utente qualunque, senza
mettere la password in chiaro in questo file
*/
$cfg['Servers'][$i]['auth_type'] = 'http';

/* dato che abbiamo installato MySQL superiore alla 4.1.3
possiamo usare l'estensione che ingloba chiamate più veloci
al database da PHP. Se la versione è minore, non inseriamo
la riga, bastano i valori default
*/
$cfg['Servers'][$i]['extension'] = 'mysqli';

/* questa invece serve per Leopard, dato che PHP si aspetta
il socket da un'altra parte
*/
$cfg['Servers'][$i]['socket'] = '/var/mysql/';

Salviamo questo file nella cartella phpMyAdmin (se ci fosse lì dentro una cartella config, non lasciatevi trarre in inganno: salvate il file dove abbiamo detto, cioé nella cartella principale di phpMyAdmin!); vedrete che andrà a posizionarsi subito prima del file config.sample.inc.php (è un file di esempio, che potrete guardare quando sarete sicuri che tutto funziona, ma per ora... non complichiamo!).
A questo punto, comincia la lotta con la cache del browser: avviate Safari (o il vostro browser preferito), svuotate la cache (Menu Safari->Svuota la cache...) e puntatelo sull'indirizzo http://localhost/~nomeUtente/sites/phpMyAdmin: se tutto è andato a buon fine, dovrebbe uscire un pannello del browser che ci chiede nome e password: per il primo scriviamo 'root' e lasciamo vuoto il campo password; il risultato sarà l'accesso alla home page di phpMyAdmin.
Ora, per prova, torniamo a TextWrangler e sostituiamo 'http' con 'cookie' nella riga di ['auth_type']; svuotiamo di nuovo la cache del browser e diamo lo stesso indirizzo di prima: otterremo la stessa richiesta (a cui risponderemo allo stesso modo di prima), ma da una schermata di login, da cui potremmo anche decidere il codice dei caratteri (ma che per ora lasciamo stare).
Se invece avessimo usato il metodo 'config', avremmo dovuto fornire nome e password in questo file di configurazione; quindi non li dovremmo più digitare, ottenendo l'accesso diretto, ma se qualcuno riesce a leggere questo file, ne ricava immediatamente nome e password, che sono in chiaro!
Per cui i metodi http e cookie sono più sicuri, anche se dobbiamo sapere che le password, ancorché non visibili sul server, vengono spedite in chiaro, a meno di non usare un collegamento in https, che per ora esula dai nostri scopi. Dato che lavoriamo sul nostro Mac, a cui nessun altro ha accesso, non dobbiamo preoccuparci di intrusioni. Se dovessimo condividere l'uso del Mac, meglio usare http o cookie. Ci sarà bisogno di definire un nuovo utente che phpMyAdmin userà per compiti di amministrazione, ma lo vedremo in seguito.

Se siete arrivati fin qui... siete a posto! Io, pur seguendo alla lettera tutto quanto consigliato dalla documentazione, ho dovuto trafficare un pomeriggio! Per evitarvi qualche grattacapo, vi dico prima di tutto di controllare se MySQL è attivo (se non vi ricordate come si fa ad attivare MySQL su Leopard, leggete qui), nel dubbio fermatelo e riavviatelo; se avete seguito le istruzioni per l'installazione di MySQL, sapete che il pannello di controllo ufficiale non funziona in Leopard: l'unico modo per sapere se il server è attivo è tramite Monitoraggio Attività.
Ogni volta che cambiate qualcosa nel file di configurazione, ricordate di svuotare la cache del browser prima di ricaricare la pagina. E se sembra non funzionare e vi dà messaggi strani... riprovate svuotando la cache!!!

Una volta entrati sul server MySQL, è già pronto un database 'test', sul quale potete sfogarvi con le prove. Non toccate assolutamente gli altri due db,che servono a MySQL per funzionare! Questo sarà uno dei motivi per cui le prossime volte creeremo degli utenti che non possano danneggiare l'installazione.
Buon divertimento e... alla prossima!

2008-04-11

Microsoft vorrebbe un Apple Store

Come tutti gli amanti della mela sapranno, gli Apple Store sono giganteschi centri commerciale in cui troviamo computer, software e molto altro direttamente da Cupertino. In Italia non ce ne sono molti, ma i pochi che esistono sono quasi identici a quelli americani. Il sogno di ogni Mac-User è visitare un Apple Store, come quando da bambini si voleva visitare tutti i negozi di giocattoli!

Perché Apple piace? Perché è un'azienda alla moda, con un capo carismatico, è sempre perennemente alla ricerca dell'ultima trovata tecnologica. Questo crea una specie di fanatismo nei confronti di Apple e le crea un alone quasi misterioso intorno, che fa anche nascere negli utenti di altri sistemi operativi una sorta di derisione. D'altra parte, un recente (e buffo) studio ha sentenziato che il il logo Apple (la mela mordicchiata) stimola la creatività :-)

Lasciamo perdere un attimo Apple e guardiamo l'attuale immagine di Microsoft: l'azienda brutta e cattiva che pensa solo a vendere, non alla qualità di ciò che vende. E questa immagine se l'è fortemente voluta, con le moltitudini di multe a suo carico (e con gli accidenti che quotidianamente gli utenti le lanciano...). Tuttavia Bill Gates non vuole che la sua ditta abbia questa faccia per il pubblico.
Nel classico stile Apple quindi, i signori di Redmond vorrebbero aprire una catena di Microsoft Store, per ora solo in America. Secondo i rumors, quindi, entro breve potremo vedere maniaci microsoftiani invadere negozi pieni di scaffali con tastiere e mouse Microsoft, portatili con Windows Vista e Zune scontati. Ci saranno anche gli Evangelist? Che per Apple ci chiamano Guru. Succederà davvero?
Come fruitori di computer, diciamo che la presenza di negozi Microsoft non è proprio la cosa di cui si sentiva il bisogno: basta entrare in un qualunque negozio di informatica e troveremo tutto quello che può servirci. Forse preferiremmo che i soldi necessari all'apertura di questi Store fossero meglio impiegati, per esempio nel fare test di qualità dei software venduti, invece di far fare agli utenti tutti i beta test, evitando quindi qualche Service Pack...